Oggi 15 ottobre è la Giornata Mondiale della Morte Perinatale della quale troppo poco si parla ancora in Italia
INFO: http://www.pianetamamma.it/gravidanza/gravidanza-a-rischio/giornata-morte-perinatale-2013.html
Salva un Bimbo Queste pagine vogliono essere d'aiuto e riflessione per tutte quelle mamme che stanno per accogliere una nuova creatura. Fermamente contro l'aborto dico "sì alla Vita"!
martedì 15 ottobre 2013
martedì 9 luglio 2013
Walter nato vivo a 19 settimane
Nato vivo a 19 settimane.
La storia di Walter
«che si ostinavano a chiamare feto, ma era perfetto»
Proprio mentre
negli Stati Uniti alla Camera passava il disegno di legge per vietare l’aborto oltre la 20esima settimana,
le immagini di Walter, nato vivo a 19 settimane e 3 giorni, hanno fatto il giro
del web. Una nascita davvero inusuale, su cui i medici stanno ancora indagando.
La madre, Lexi Fretz, ha detto di «pregare il Signore di continuare a
utilizzare le foto di Walter per incontrare molte altre persone». La donna ha
deciso di raccontare quanto le è successo. Un racconto dettagliato, a tratti
angosciante, di un travaglio in ospedale in cui non le è mai mancato l’affetto
e la vicinanza del marito Josh. Cosa che non si può dire dei medici e degli
infermieri, che chiamavano quel suo figlio in pancia «il feto» («e a me – ha
raccontato Lexi – veniva voglia di schiaffeggiarli»).
FETO O BAMBINO? Un bambino – perché a un certo
punto anche i medici hanno iniziato a usare questo termine – di quell’età non
poteva avere molte speranze di vita. Nato alle 21.42, è stato subito messo
nelle braccia della madre. «Ho pianto così tanto, ma lui era perfetto», ha
raccontato Lexi. «Era completamente formato, era tutto lì. Ho potuto vedere il
suo cuore che batteva nel suo piccolo petto. Josh e io lo tenevano in braccio e
piangevano su di lui guardando il nostro perfetto, piccolo figlio». Intorno a
Lexi ha cominciato a formarsi un capannello di persone: medici, infermieri,
familiari. Tutti ad ammirare quel piccolo miracolo. «Hanno pregato con me, con
me hanno pianto ed erano lì a rispondere a ogni mio bisogno. Così, pur in un
momento di grande dolore, mi sono sentita amata da tutti».
Il piccolo rimane coi genitori fino a spegnersi.
Momenti dolorosi, ma che Lexi assicura essere importanti: «Ho il cuore
spezzato, avendo saputo delle storie di persone che non sono state autorizzate
a vedere il loro bambino. Sarebbe stato devastante per me! Lo tenevo, lo
coccolavo mentre il suo cuore batteva. L’ho stretto al mio cuore, gli ho
contato le dita dei piedi e gli ho baciato la piccola testa. E ora custodirò
per sempre questi ricordi di lui».
«NON SO PERCHE’ MA…». La donna è ancora sconvolta
da quante persone abbiano visto e commentato le foto di suo figlio e dal fatto
che «nella sua breve esistenza, di soli pochi minuti, ha toccato più vite di
quante avrei mai potuto immaginare. Ho ricevuto messaggi da persone di tutto il
Paese che hanno sperimentato una perdita o sono state toccate dalla sua storia.
Ho anche saputo di un paio di persone che hanno usato le sue foto per aiutare
una donna che stava male e che stava pensando all’aborto».
Lexi sa bene che anche se «non capisco perché il
Signore lo ha portato subito a casa»,
quelle foto dicono che, «anche se non
possiamo vederle il bambino in grembo, non vuol dire che lui è un grumo di
cellule. Walter era perfettamente formato e si muoveva nel
grembo materno». Non
solo, «potrò anche non capire fino in fondo perché, ma resta il conforto di
sapere dove si trova e che lo vedrò ancora. Per ora, è con suo Padre celeste
che lo ama immensamente più di me, la sua mamma terrena». E comunque, conclude
Lexi, sono grata che qualcosa di buono stia nascendo da tutto ciò. Per questo,
«prego il Signore di continuare a utilizzare le foto di Walter per incontrare
molte altre persone».
mercoledì 26 giugno 2013
Ripensaci!...Tieni il tuo bambino!
martedì 25 giugno 2013
La pillola Ru486 , alcune verità da conoscere
Mara (il nome è di fantasia)
ha abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26. Oggi
che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che l’Agenzia
italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione della pillola, Mara
scopre che quello che le è capitato non è un caso, che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si
contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola.
«Perché nessuno ne
parla? Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che
sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si chiede
oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle donne in tema
di aborto.
Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia un’indagine su quello che fanno negli ospedali».
«Per abortire mi sono rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì
lavora la dottoressa che mi ha proposto la Ru486. Durante il colloquio la
possibilità dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva
che era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre con
la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo avrei sentito
dei fastidi».
Che le cose non stavano proprio così Mara avrebbe dovuto
scoprirlo sulla sua pelle.
Prima della decisione dell’Aifa del 30 luglio scorso
le diverse sperimentazioni della pillola (tra cui quella dell’ospedale di
Torino guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale) furono sostituite da una
pratica che di fatto aggirava il divieto di vendita e prevedeva l’acquisto
dall’estero della pillola in via nominale per ogni paziente. Un procedimento
applicabile per certi medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati
dall’Ente europeo per il controllo sui farmaci.
«Non capivo, ma mi sono fidata
com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla Francia e continuavano
a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi dicevano: “Guarda, la confezione
che compriamo è da tre pillole, ma è solo tua, ne usiamo una e le altre due le
buttiamo”. Su questo dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro
quelle pasticche costavano ma lo facevano per me». A distanza di tempo Mara
ricorda stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano:
la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna. Due giorni
dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa mi aspettava al
Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece passare dal retro come per
non dare nell’occhio e appena arrivata mi mandò a firmare un foglio, così,
diceva “risulti ricoverata in day hospital ma in realtà torni a casa”. Subito
dopo mi hanno somministrato il secondo farmaco, stavolta per via vaginale.
Erano delle pastigliette».
«DA SOLA SAREI MORTA». Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?». Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola. Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».
NON SOLO DOLORE FISICO. Anche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato». C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura.
«DA SOLA SAREI MORTA». Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?». Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola. Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».
NON SOLO DOLORE FISICO. Anche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato». C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura.
Ti tiri via una parte di te e ti senti svuotata.
E
sono convinta che con la violenza dell’aborto farmacologico lo senti anche di
più».
Dev’essere per questo che la ragazzina di Empoli che un anno fa ha
abortito con la Ru486 non vuole parlare con Tempi e la sua mamma che si era
aperta alle volontarie del Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la
sentiva più di ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così»,
risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di una
cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio ragazzo». Mara ha
deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe stato facile rivivere
quell’«esperienza che ti porti addosso per sempre, perché spero davvero che la
mia storia serva a far sapere la verità su questa pillola».
Testimonianza di una donna che ha usato la ru486 Tempi.it
Testimonianza di una donna che ha usato la ru486 Tempi.it
sabato 8 giugno 2013
CAV a Cassano Magnago-Varese
Grazie alla segnalazione della mia cara amica Debora ho il piacere di aggiornarvi sulla presenza di un centro aiuto per la vita qui vicino a noi!
Nella nostra zona di Gallarate, opera il C.A.V. a Cassano Magnago che è una delle 260 Sedi operanti in Italia, nelle quali si può trovare aiuto, competenza e comprensione in tutte le situazioni dove una nuova vita non desiderata o non voluta è motivo di gravi preoccupazioni economiche, sociali o psicologiche, che talora possono spingere anche alla soppressione della nuova vita.
Le persone che collaborano nel C.A.V. non si impegnano per "qualcosa" (lire od euro che siano, dato che sono tutti volontari), ma per "Qualcuno" e noi vogliamo ringraziare queste persone che pur rimanendo sconosciute ai più, collaborano con Dio nel "salvare" l'uomo, soprattutto il più debole ed indifeso.
Il C.A.V. di Cassano Magnago si interessa soprattutto ai problemi dell'ambito dei Comuni del Decanato di Gallarate, ma può fornire gli indirizzi di altri Centri in Italia.
Uniamo indirizzo e telefono. Chi volesse dare la propria disponibilità e il proprio sostegno economico si può rivolgere per informazioni ai seguenti numeri telefonici. Questo vale anche perchi avesse qualche problema per una nuova vita che nell'annunciarsi presenta anche gravi difficoltà sul piano economico, sociale o psicologico.
C.A.V. di Cassano Magnago (VA) - Associazione ONLUS
Piazza S.Giulio n. 17
Tel. 0331/200438 - 201406
Nella nostra zona di Gallarate, opera il C.A.V. a Cassano Magnago che è una delle 260 Sedi operanti in Italia, nelle quali si può trovare aiuto, competenza e comprensione in tutte le situazioni dove una nuova vita non desiderata o non voluta è motivo di gravi preoccupazioni economiche, sociali o psicologiche, che talora possono spingere anche alla soppressione della nuova vita.
Le persone che collaborano nel C.A.V. non si impegnano per "qualcosa" (lire od euro che siano, dato che sono tutti volontari), ma per "Qualcuno" e noi vogliamo ringraziare queste persone che pur rimanendo sconosciute ai più, collaborano con Dio nel "salvare" l'uomo, soprattutto il più debole ed indifeso.
Il C.A.V. di Cassano Magnago si interessa soprattutto ai problemi dell'ambito dei Comuni del Decanato di Gallarate, ma può fornire gli indirizzi di altri Centri in Italia.
Uniamo indirizzo e telefono. Chi volesse dare la propria disponibilità e il proprio sostegno economico si può rivolgere per informazioni ai seguenti numeri telefonici. Questo vale anche perchi avesse qualche problema per una nuova vita che nell'annunciarsi presenta anche gravi difficoltà sul piano economico, sociale o psicologico.
C.A.V. di Cassano Magnago (VA) - Associazione ONLUS
Piazza S.Giulio n. 17
Tel. 0331/200438 - 201406
oppure: S.O.S. VITA -
' Numero verde 8008-13000
Una testimonianza particolare
Ecco ora un'altra testimonianza, si tratta de: "L'EDITORIALE" della rivista "Sì alla vita".
E' di Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita Italiano (www.mpv.org ).
Per una volta, l’editoriale è dedicato al racconto di un fatto. Perché i fatti dicono più di tanti discorsi. E questa è storia di una donna, malata di mente, che contro tutto e tutti accetta la gravidanza cha avanza in lei. E questo la porta a riconciliarsi col mondo e con la sua esperienza passata
I fatti parlano più delle teorie,
Questa volta nel mio editoriale voglio raccontare un fatto. M'è capitato di visitare in una città d'Italia (mi è stato chiesto di mantenere l'anonimato e quindi non dire di che città si trattasse e cambierò anche i nomi delle persone) una splendida istituzione che accoglie persone malate di mente.
Mi colpiscono subito il sorriso e la gioia dirompente delle due suore che mi ricevono. Gli ambienti non sono soltanto puliti e ordinati, sono anche gradevoli: si susseguono salottini e sale di riunione. Niente a che vedere con lo squallore, talvolta orrendo, dei vecchi manicomi.
Passiamo tra malate e malati che stringono la mano, baciano le suore, le abbracciano. Mi colpisce una donna che, avvicinando il suo viso a quello di una delle due suore, dice: “Ti voglio sempre bene. Non dimenticherò mai quello che abbiamo pianto insieme!".
In seguito chiedo spiegazioni alla suora. La malata è schizofrenica, ha 40 anni. Alle spalle un aborto volontario e due figli che le sono stati tolti e dati in adozione. Una nuova gravidanza. Pesanti interventi dei medici e dei familiari perché abortisse. Dicono i primi: "è meglio che si liberi del figlio, ha già subìto pesanti sconvolgimenti psichici e non potrebbe sopportare il nuovo trauma del parto e del distacco!".
Dicono i secondi: "lei non è in grado di decidere. Siamo noi che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Lei deve abortire". Cosi l'intervento è deciso per una certa mattina.
La suora dell'istituto che sto visitando viene a saperlo dai medici, dai familiari e dalla stessa ospite la sera prima. Non ne aveva mai parlato e non sapeva neppure che la donna fosse incinta...
"Sa, mi dice, in queste cose dobbiamo entrare con delicatezza, in punta di piedi. Altrimenti ti accusano di plagio. ma quella sera la ragazza era inquieta; appariva recalcitrante, incerta. Perciò le ho chiesto: "ma tu, che vuoi?” e agli altri ho detto: "deve scegliere lei!”. A quel punto lei mi ha detto "se tu mi tieni per mano, allora non ho paura dei miei parenti e dei medici".
L'ho presa per mano; gli altri si sono inquietati e hanno persino minacciato. "La responsabilità è vostra" dicevano i fratelli "noi ce ne laviamo le mani. Non chiedeteci più aiuti di nessun tipo".
Così la ragazza è venuta a dormire nella mia camera e le ho tenuto la mano per tutto il tempo. E' nata alla fine una bimba, Maria.
I medici avevano detto che i farmaci somministrati alla paziente erano pericolosi per la bambina. Così lei per tutta la gravidanza non ha assunto medicine, con conseguenze facilmente immaginabili anche dal punto di vista della sofferenza fisica. Alla nascita ha voluto che la figlia fosse data in adozione, ma ha chiesto ed ottenuto di averne una fotografia e di poterla tenere un po' in braccio. Ora dice spesso: "Le ho dato la vita, le ho dato un nome, so che sta bene. So che la Madonna la proteggerà perché le ho dato il suo stesso nome". Va detto che da quando ha accettato la gravidanza la nostra paziente è più calma, ha una vita di relazione più significativa. Dare la vita le ha attenuato gli effetti traumatici dei parti precedenti”.
Mi pare bello raccontare questo episodio. Vien fatto di chiedersi, in certe situazioni, chi sono i sani e chi i malati di mente? Non posso dire il nome della donna quarantenne che ho incontrato, ma lo ricorderò sempre. E mi piace dedicare questo editoriale a lei ed alle due suore gioiose, festose, entusiaste e sorridenti in mezzo ai malati di mente e - ma di questo parleremo un'altra volta - ai malati terminali di tumore che vengono accolti e affettuosamente seguiti in un altro reparto della medesima casa.
Carlo Casini - luglio 2004
E' di Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita Italiano (www.mpv.org ).
Per una volta, l’editoriale è dedicato al racconto di un fatto. Perché i fatti dicono più di tanti discorsi. E questa è storia di una donna, malata di mente, che contro tutto e tutti accetta la gravidanza cha avanza in lei. E questo la porta a riconciliarsi col mondo e con la sua esperienza passata
I fatti parlano più delle teorie,
Questa volta nel mio editoriale voglio raccontare un fatto. M'è capitato di visitare in una città d'Italia (mi è stato chiesto di mantenere l'anonimato e quindi non dire di che città si trattasse e cambierò anche i nomi delle persone) una splendida istituzione che accoglie persone malate di mente.
Mi colpiscono subito il sorriso e la gioia dirompente delle due suore che mi ricevono. Gli ambienti non sono soltanto puliti e ordinati, sono anche gradevoli: si susseguono salottini e sale di riunione. Niente a che vedere con lo squallore, talvolta orrendo, dei vecchi manicomi.
Passiamo tra malate e malati che stringono la mano, baciano le suore, le abbracciano. Mi colpisce una donna che, avvicinando il suo viso a quello di una delle due suore, dice: “Ti voglio sempre bene. Non dimenticherò mai quello che abbiamo pianto insieme!".
In seguito chiedo spiegazioni alla suora. La malata è schizofrenica, ha 40 anni. Alle spalle un aborto volontario e due figli che le sono stati tolti e dati in adozione. Una nuova gravidanza. Pesanti interventi dei medici e dei familiari perché abortisse. Dicono i primi: "è meglio che si liberi del figlio, ha già subìto pesanti sconvolgimenti psichici e non potrebbe sopportare il nuovo trauma del parto e del distacco!".
Dicono i secondi: "lei non è in grado di decidere. Siamo noi che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. Lei deve abortire". Cosi l'intervento è deciso per una certa mattina.
La suora dell'istituto che sto visitando viene a saperlo dai medici, dai familiari e dalla stessa ospite la sera prima. Non ne aveva mai parlato e non sapeva neppure che la donna fosse incinta...
"Sa, mi dice, in queste cose dobbiamo entrare con delicatezza, in punta di piedi. Altrimenti ti accusano di plagio. ma quella sera la ragazza era inquieta; appariva recalcitrante, incerta. Perciò le ho chiesto: "ma tu, che vuoi?” e agli altri ho detto: "deve scegliere lei!”. A quel punto lei mi ha detto "se tu mi tieni per mano, allora non ho paura dei miei parenti e dei medici".
L'ho presa per mano; gli altri si sono inquietati e hanno persino minacciato. "La responsabilità è vostra" dicevano i fratelli "noi ce ne laviamo le mani. Non chiedeteci più aiuti di nessun tipo".
Così la ragazza è venuta a dormire nella mia camera e le ho tenuto la mano per tutto il tempo. E' nata alla fine una bimba, Maria.
I medici avevano detto che i farmaci somministrati alla paziente erano pericolosi per la bambina. Così lei per tutta la gravidanza non ha assunto medicine, con conseguenze facilmente immaginabili anche dal punto di vista della sofferenza fisica. Alla nascita ha voluto che la figlia fosse data in adozione, ma ha chiesto ed ottenuto di averne una fotografia e di poterla tenere un po' in braccio. Ora dice spesso: "Le ho dato la vita, le ho dato un nome, so che sta bene. So che la Madonna la proteggerà perché le ho dato il suo stesso nome". Va detto che da quando ha accettato la gravidanza la nostra paziente è più calma, ha una vita di relazione più significativa. Dare la vita le ha attenuato gli effetti traumatici dei parti precedenti”.
Mi pare bello raccontare questo episodio. Vien fatto di chiedersi, in certe situazioni, chi sono i sani e chi i malati di mente? Non posso dire il nome della donna quarantenne che ho incontrato, ma lo ricorderò sempre. E mi piace dedicare questo editoriale a lei ed alle due suore gioiose, festose, entusiaste e sorridenti in mezzo ai malati di mente e - ma di questo parleremo un'altra volta - ai malati terminali di tumore che vengono accolti e affettuosamente seguiti in un altro reparto della medesima casa.
Carlo Casini - luglio 2004
venerdì 31 maggio 2013
Video di una mamma senza braccia: una super mamma!
Quante volte noi mamme ci lamentiamo per la mole di lavoro e l'impegno che richiedono i nostri bimbi, soprattutto quando sono piccolini? Forse troppe!
Con questo video, siamo portate a riflettere che noi "normodotate"siamo davvero fortunate, mentre altre mamme lo sono meno ma sono ugualmente SUPER!
Con questo video, siamo portate a riflettere che noi "normodotate"siamo davvero fortunate, mentre altre mamme lo sono meno ma sono ugualmente SUPER!
Qui il video di una mamma che utilizza i piedi per fare tutto cio' che noi normalmente facciamo con le mani: quando le gambe diventano anche braccia!
nel video di pianetamamma
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